Nelle ultime settimane, un numero incalcolabile di persone ha subito il trauma della guerra, a causa del quale tante generazioni a venire porteranno nei loro geni il dolore di oggi. L’ombra lunga della guerra avrà impatti devastanti sulla salute mentale e fisica non solo nei soldati e nei civili, sia adulti che bambini, ma anche nelle generazioni successive. Il PTSD da trauma da combattimento si trasmette infatti trans generazionalmente ai figli e nipoti dei sopravvissuti, i quali rischiano di essere meno longevi, di sviluppare malattie fisiche e problemi legati alla salute mentale. In sole 3 settimane di guerra, abbiamo già ereditato per il presente e per il futuro tanto dolore, che dovrà essere mitigato e trasformato con interventi mirati, messi a disposizione da persone e società generose, coraggiose e illuminate.

Immagine concessa da @Fumatto

Essere esposti a esperienze di violenza traumatica causata dall’uomo può interagire con l’espressione del comportamento violento, e influenzare la componente ereditaria e ambientale della violenza. Le motivazioni di un soldato per restare in battaglia sono diverse: durante il combattimento, il soldati vivono un’attivazione adrenalinica cronica (Combat Excitement) quasi di tipo trascendentale, un bisogno di non deludere i compagni, i superiori e sentirsi legati al gruppo. 

Il Combat Excitement può portare a sviluppare un’anticipazione distorta di essere sempre in prossimità di un nemico da combattere (Senecal, G., et al. 2021), generando potenzialmente comportamenti antisociali una volta reintegrati nella vita civile. Inoltre, un soldato è ad alto rischio di sviluppare un PTSD da combattimento. L’aggressività umana ha una struttura complessa perché nasce sia da predisposizioni genetiche che ambientali, con origine in un passato evoluzionistico in cui abbiamo favorito i nostri simili rispetto a coloro che erano diversi da noi. Il combattimento genera ulteriore combattimento: se uccidi il mio amico, io uccido te. I geni cercano la continuità, ecco perché è più facile dichiarare una guerra che fermarla.

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Nonostante la guerra sul nostro pianeta esista da millenni, sappiamo che non è ineluttabile. Nel corso dei secoli, grazie alle scelte compiute da persone che non erano guidate solo dai loro bisogni primari, le nostre istituzioni e organizzazioni si sono evolute. Ma serve una leadership coraggiosa e generosa guidata da soggetti consapevoli della loro umanità, piuttosto che da leaders feriti e spaventati, con un eterno nemico interiorizzato sin da piccoli. Iniziare una guerra è più facile che terminarla, ma non è impossibile. Per accedere a due luoghi misteriosi come la speranza e la fiducia, serve il coraggio di credere in ciò che non vediamo: la gioia e la bellezza sono la vera battaglia consapevole.

References:

Senecal, G., McDonald, M., LaFleur, R., & Coey, C. (2021). The formation of antisocial tendencies in veterans via combat excitement. Peace and Conflict: Journal of Peace Psychology, 27(4), 654–657. https://doi.org/10.1037/pac0000566